Il mio approccio

Per capire se vuoi lavorare con me, può essere utile sapere come la penso.

Conoscere la storia

“Ho una storia”. “Ho un’idea per una storia”. “Ho scritto una storia”.

Sono affermazioni che sento moltissime volte, ma quando chiedo di raccontarla, questa storia, un’espressione perplessa si affaccia negli occhi del mio interlocutore.

“Allora, inizia in un bar, oppure in una scuola, ora vediamo, e ci sono questi ragazzi che…”

“È la storia di mia nonna, la prima laureata in ingegneria d’Italia”.

“È la storia di un corridore che ha fatto le Olimpiadi con una gamba di plastica, senza dire niente a nessuno…”

Ci sono sequenze di scene, ci sono idee e ci sono premesse fertili, ma non è detto che siano ancora storie. Quando si conosce bene la propria storia, si è capaci di raccontarla rapidamente. Non di entrare in tutti i dettagli, ma di riassumerne il nucleo. Come si fa, però, a conoscere la propria storia se, innanzitutto, non ci si sofferma su questa parola grande e spesso fraintesa?

Una parte importante del mio lavoro consiste proprio nel far riflettere sul concetto di storia, perché autrici e autori abbiano un riferimento chiaro verso il quale far convergere i loro sforzi.

La tecnica non è una formula

Una volta individuato il nucleo della storia, bisogna prendere delle decisioni. Come la si sviluppa? Come la si mette in scena?

Esistono vari metodi per ragionare sulla costruzione narrativa: il Viaggio dell’eroe di Vogler, i modelli di McKee e Snyder, il sistema di Truby e molti altri. Li conosco tutti e non ne vendo nessuno.

Le tecniche non sono formule magiche che, applicate al materiale narrativo, lo plasmano automaticamente in una storia riuscita. Possono essere tutte utili solo se si sa quando e come usarle.

Quello che mi interessa è portare chi scrive a porsi le domande giuste e a comprendere le ragioni delle proprie scelte.

Il confronto è parte del lavoro

Proprio perché non credo nell’applicazione schematica di soluzioni dall’esterno, il confronto con autrici e autori è una parte essenziale del mio lavoro.

Che si tratti di un’idea da sviluppare, di un feedback su un manoscritto o di un percorso di accompagnamento, per me l’interazione non può limitarsi a uno scambio di email.

Ascoltare, discutere, rimbalzarsi idee, valutare ad alta voce possibilità diverse sono strumenti che ritengo non solo efficaci, ma indispensabili per una migliore comprensione del progetto e un pieno rispetto delle intenzioni e dell’espressività di chi scrive.

Proporre senza sostituirsi

Intervenire sul lavoro di un’altra persona è un’operazione delicata. Chi ti fa entrare apre una porta intima e condivide qualcosa che ha un grande valore.

Credo che gusti e convinzioni personali debbano lasciare il passo a un’altra prospettiva: cercare il miglior risultato possibile senza snaturare lo sguardo autoriale.

Per questo tutto quello che propongo non è mai imposizione, ma spunto di riflessione. Non mi interessa vendere garanzie di successo attraverso l’applicazione di una norma, ma offrire strumenti che aprano nuove possibilità.

L’ultima parola è sempre quella dell’autore, e la riuscita del mio lavoro sta nel far sì che quella parola sia sostenuta da una motivazione chiara.

Più consapevolezza

Da un’idea che non riesce a trasformarsi in storia fino a un testo interamente scritto che ancora non funziona, uno dei problemi principali è spesso il grado di consapevolezza che autrici e autori hanno del proprio lavoro.

La mia soddisfazione più grande è aiutare ad approfondire l’indagine narrativa, e per questo cerco sempre di motivare le mie proposte e di non dare nulla per scontato. La discussione e il confronto libero servono anche a questo: a rendere più chiare le ragioni di una scelta.

Chiarezza e apertura sono quello che mi impegno a mettere sul piatto, perché non mi interessa fare lezioni o dare istruzioni, ma sostenere tutto il lavoro necessario per conoscere più a fondo la propria storia e, quindi, raccontarla meglio.